Turchia chiama Italia

Una razza, una faccia

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Turchia chiama Italia

 

 

Proseguendo il viaggio nel Sud Italia con sguardo attento si scorge molto dell’influenza turca, o altrimenti detta turchesca, su questi territori. Leggende, modi di fare, aspetti gastronomici e assonanze lessicali riportano a qualcosa di gia’ conosciuto nel Vicino Oriente. Le storie e gli aneddoti sono tanti e variegati, ma una piu’ di tutte merita di essere ricordata per la sua importanza storica. A Le Castella, nella Calabria del Nord, si narra che nel 1536 i turchi assalirono il castello del paese e un tal Giovanni Dionigi Galeni, figlio di pescatori, ma estramemente dotato, fu catturato e messo a remare in una delle galee. Convertitosi all’Islam, fu fatto sposare con la figlia di un corsaro e gli venne affidato il comando di una nave. Inizia cosi’ l’ascesa al potere di colui che sara’ storicamente noto come Uluç Ali, come fu chiamato dai turchi, e che mise a ferro e fuoco tutto il Mediterraneo.  Dopo aver governato Algeri, Tripoli e Tunisi, Uluç Ali divenne comandante ottomano e, salvandosi durante la battaglia di Lepanto, torno’ trionfante a Costantinopoli con parte della flotta.  In seguito venne nominato comandante in capo della marina turca, fregiandosi del titolo di Kılıç Ali. Dopo vari successi, nel 1582 si ritiro’ a Istanbul, dove, secondo la leggenda, avrebbe fondato una moschea e nelle vicinanze un villaggio rinominato ‘Calabria Nuova’. A Kılıç Ali Paşa venne, infatti, dedicata la moschea eretta sul Bosforo nel quartiere di Tophane. Per celebrare la grandezza di uno dei piu’ brillanti ammiragli dell’Impero Ottomano, l’architetto Sinan, riempiendo con rocce la costa adiacente allo stretto, in prossimita’ del mare costrui’ un imponente edificio composto da madrassa, bagno pubblico e fontana che e’ tuttora ammirato per la sua maestosa eleganza. Non vi e’ dubbio che le gesta di Uluç Ali siano estremamente significative sia per il mondo cristiano che per quello musulmano. Queste vengono ben descritte da Cervantes che nel Don Chisciotte fa riferimento a Uchali, schiavo dei turchi, mentre molti in Italia raccontano la storia di Ucciali’, a cui sulla piazza de Le Castella, in direzione della piccola fortezza verso Oriente, e’ stato intitolato un busto bronzeo. Certamente, tra mito e realta’, la Calabria conserva molto delle incursioni turche. Basti pensare che alcuni dei cognomi piu’ diffusi da queste parti racchiudono un forte riferimento all’Islam come Vadala’, la cui etimologia sarebbe ‘servo di Allah’ o Zappala’, ‘forte in Allah’. A ben guardare anche le numerose famiglie ‘Saraceno’ sarebbero da ricondurre alle incursioni perpetrate nel corso dei secoli dalle genti provenenti dal mare, tra cui spicca l’immagine dei turchi. Ma non solo, tante parole dialettali riportano alla lingua parlata in Turchia, con cui si condividono le radici del greco arcaico, arabo e persiano. Solo alcuni esempi, ma significativi. Le ciliege, popolarmente note come ‘cirase’ hanno molto del turco ‘kıraz’ cosi’ come le arance ‘portual’, in turco ‘portakal’, o lo zafferano, in calabrese ‘zaffarana’ e in turco ‘zafran’. Inoltre, molti altri termini di vita quotidiana sono comuni alle due sponde del Mediterraneo. La bottiglia panciuta per l’acqua, altrimenti nota in italiano come ‘caraffa’ e in dialetto ‘garaffa’, trova il suo corrispettivo nella ‘karaf’ di Anatolia o ancora la ‘sciarra’, intesa come lite animata, avrebbe la sua etimologia in ‘yara izi’, che oggi in turco indica la cicatrice ossia il segno lasciato dalla collutazione. Gli esperti spiegano che tra i vocaboli turcheschi penetrati e conservati nel daletto calabrese e in quello siciliano ve ne sono un gran numero che riportano alla tecnica di irrigazione dei campi e agli strumenti agricoli. Tuttavia, sebbene l’influenza sul lessico locale fu significativa, le popolazioni autoctone, anche negli strati piu’ popolari, non rinunciarono totalmente alla propria identita’ linguistica e alle proprie tradizioni. Come si evince, le scorribande dei saraceni portarono un certo arricchimento nel vocabolario e  non solo. Molte delle tradizioni tipiche delle culture cittadine, cardine dell’identita’ e del senso di appartenenza dei singoli abitanti, si ergono sulle vestigia di un passato tormentato dal crocevia di genti straniere. Di questo vi e’ chiara testimonianza nella festa patronale della Madonna della Consolazione di Reggio Calabria, il cui culto, ancora oggi estremamente vivo e sentito, e’ un perfetto mix di storia e leggenda. La prima celebrazione di cui si ha memoria storica e’ fatta risalire al 1592, in seguito alla peste che colpi’ la citta’. Negli anni tante altre furono le calamita’ che afflissero la popolazione e tra queste spiccano gli tra assalti dei turchi: Reggio si sarebbe salvata grazie alla sua protettrice  invocata dai fedeli e portata in processione per le vie del centro urbano. Passando dal sacro al profano, anche i piaceri della tavola sono un aspetto che unisce le due sponde del Mediterraneo. Come gran parte delle regioni della Turchia, la Calabria e’ ricca di pietanze a base di carne - capra, agnello e vitello - oltre che di pesce, grazie alla variegata ricchezza offerta dal mare. A tal proposito, e’ proprio a Reggio Calabria che salta all’occhio - e soprattutto al palato - il ristorante ‘Baylık’, rinomato per le sue specialita’ di mare e segnalato nelle migliori guide turistiche ed estere per l’eccellenza della sua cucina e del servizio.  Ebbene, pur offrendo prettamente piatti della tradizione italiana, ‘Baylık’ deve il suo nome al termine turco ‘balık’, che significa appunto ‘pesce’. Il proprietario, Fortunato Zappia, spiega che poco dopo la sua apertura negli anni ’50, un uomo che giungeva dalla Turchia ha suggerito di battezzare cosi’ il locale, in onore del pesce offerto sempre fresco sulla tavola e del suo significato simbolico di prosperita’. Forse risulterebbe ridondante sottolineare ancora una volta come  queste terre siano connesse da una profonda linea di continuita’ storica che emerge nell’osservazione quotidiana di simboli, usi e costumi. In fondo, la connotazione turca ha contribuito al nostro DNA culturale e le si deve gran parte della nostra identita’. E’ un legame talmente radicato da essere imprescindibile perche’ stretto tra popoli che oggi, anche se in diverse aree geografiche, utilizzano gli stessi termini e condividono le stesse pratiche. E allora si, e’ proprio il caso di dire ‘Una razza,una faccia’.

 

A cura di Valeria Giannotta



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