Turchia chiama Italia

Partire, tornare, quarantena.

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Turchia chiama Italia

Che il coronavirus abbia stravolto le nostre abitudini e il nostro approccio alla vita é stato sottolineato più volte. Attivitá quotidiane e professionali, rapporti sociali e personali hanno subito una grande scossa che ha condotto  a una reinterpretazione di gesti e pensieri. In tempi estivi, inoltre, tutto sembra avere una maggiore risonanza. La voglia di svago e la necessitá di viaggiare si fanno sentire con forza; tuttavia esistono dei limiti che bisogna accettare e rispettare. Da expat che vive in Turchia da anni, come molti, mi sono trovata a dover affrontare il periodo di picco pandemico lontana dall’Italia, uno dei Paesi epicentro del Covid-19. Le ansie quotidiane e le preoccupazioni per la famiglia e i cari lontani sono stati il leit motiv degli ultimi mesi. A queste si é aggiunta la nervosa attesa per la riapertura dello spazio aereo e per il ripristino dei collegamenti utili a tornare a casa e accertarsi cosí della situazione. Le liste pubblicate dall’Unione Europea hanno più volte disilluso le aspettative del rientro: la Turchia, non essendo inclusa tra i paesi con libero accesso allo spazio Schengen, é soggetta a una serie di misure restrittive per gli spostamenti verso l’Europa e quindi verso l’Italia. Nonostante le vigenti limitazioni,  da poco sono stati riattivati alcuni voli da e per la Turchia. A inizio Luglio, infatti, Turkish Airlines ha ripristinato i collegamenti su base quotidiana verso Milano e Roma. In ottemperanza a quanto stabilito dalle autoritá italiane, sono permessi i trasferimenti verso l’Italia ai cittadini dell’Unione Europea di rientro nei propri paesi di origine e ai loro famigliari; a coloro che per comprovati motivi di lavoro, salute o urgenza assoluta debbano tornare in Italia per una durata massima di 120 ore; a studenti che frequentano un corso di studi in uno Stato diverso da quello di residenza; ad agenti diplomatici etc. Nel caso di viaggiatori provenienti dalla Turchia, però, è previsto un periodo di 14 giorni di sorveglianza sanitaria e di isolamente fiduciario domiciliare. Questo é un modus operandi certamente dettato dalla paura di nuovi focolai, ma che contraddice il principio di reciprocitá. Sebbene l’ingresso in Turchia sia libero e soggetto a controlli sanitari, gli italiani che da qua intendano rientrare in patria, una volta giunti in Italia devono consegnare i moduli di autocertificazione al personale trasfrontaliero, comunicando l’indirizzo dove si svolgerá la quarantena, e saranno dunque costretti ad autoisolarsi. E’ una scelta obbligata che non lascia margini di manovra alternativi, previe sanzioni da parte delle autoritá. Personalmente, in tale contesto ho maturato la decisione di partire e di condividere con voi lettori parte della mia esperienza. Anche se inizialmente abbastanza preoccupata per il rischio di contagio, le dinamiche aeroportuali ad Ankara e a Istanbul sono state rassicuranti. All’ingresso ad Esenboğa, cosí come al desk check-in, é garantito il distanziamento sociale, perciò il consiglio é di arrivare con ampio anticipo. L’emissione delle carte di imbarco avviene con procedure di zero-contatto: le hostess sono ben protette dietro al vetro che separa la loro postazione dal pubblico e i biglietti prodotti dalla stampante vengono direttamente prelevati dal viaggiatore. La stessa logica viene applicata in fase di controllo sicurezza e all’imbarco, dove ad ognuno viene misurata la temperatura corporea. L’accesso al velivolo avviene singolarmente e anche i sedili, almeno nel mio caso, sono stati assegnati rispettando il distanziamento. Durante la crociera, i continui annunci del personale di bordo sottolineano la necessitá di evitare affollamenti in corridoio e di rispettare la misure di sicurezza. Il primo viaggio dopo il lock-down, il primo della storia in cui l’attenzione per la propria salute e per quella degli altri é massima e nulla, neppure il più piccolo gesto, può essere scontato. Sebbene ci si potesse aspettare un’organizzazione simile, la vera consapevolezza di stare vivendo un momento unico nella storia si acquisisce a Istanbul. Il più grande aereoporto del mondo, nuovo e innovativo nella sua maestositá, oggi incarna tutta la sofferenza del recente vissuto pandemico. Gran parte della zona di transito é, infatti, ancora disattiva; luci spente, transenne ai punti vendita, celophane a protezione di merce e mobili ricordano come la vita a un certo punto si sia fermata e quanto sia stato opportuno mettersi al sicuro. Una sensazione quasi spettrale, a tratti apocalittica, che svanisce dopo qualche passo davanti alle insegne luminose e alla presenza di passeggeri in attesa su poltrone ben distanziate. Controllando la situazione, gli stewart di terra ricordano l’obbligo di indossare le mascherine e richiamano chiunque non sia ben protetto. Al gate per Milano tutto avviene con ordine, l’imbarco é regolato secondo l’assegnazione di posti in numero decresente e a ognuno viene nuovamente consegnato il kit di protezione, che contiene una mascherina e salviette disinfettanti. Questa volta l’aereo era abbastanza affollato e spesso in una fila i posti sono tutti occupati. Come tradizione, Turkish Airlines non ha lesinato a offrire il pranzo che, rispettando le indicazioni del Minisero della Salute, é giunto debitamente sigillato secondo norme igieniche. Ai viaggiatori é stato gentilmente chiesto di consumare il pasto a turno in modo da mantenere gli standard di sicurezza nell’uso delle mascherine. Inoltre, a ognuno di noi sono stati consegnati diversi modelli di autocertificazione da compilare, specificando provenienza, destinazione e evenualitá di aver contratto il virus. I dati compilati sono utilizzati dalla compagnia aerea e dalle autoritá locali che allo sbarco raccolgono tutte le informazioni necessarie per il monitoraggio dei viaggiatori. Nonostante le legittime preoccupazioni sanitarie, all’arrivo a Milano Malpensa nessuno di noi é stato soggetto a controllo sanitario, indipendentemente dal luogo di provenienza. La sensazione é che da queste parti si voglia dimenticare velocemente lo shock vissuto negli ultimi mesi e tornare alla normalitá, almeno a livello apparente. In altre parole, il rispetto delle procedure e l’obbligo di quarantena sembra essere una sorta di pratica catartica che mira a scongiurare il rischio di nuovi contagi. Oggi mi trovo a norma di legge in isolamento fiduciario: da una parte quattordici giorni possono apparire estremamente lunghi, dall’altra grande é la contentezza di ritornare in patria e di avvertire una certa serenitá nel quotidiano. L’Italia, messa a dura prova dal virus, sta comunque dimostrando di farcela. L’augurio é che ben presto a tutti venga permesso l’ingresso nel Paese anche per ragioni turistiche e che quanto prima la Turchia rientri nella lista delle provenienze senza restrizioni. Vi aspettiamo!

 

A cura di Valeria Giannotta

 

 



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