Turchia chiama Italia

Un po’ turco e un po’ napoletano, ma non chiamatelo ‘Un Turco Napoletano’. – Michelangelo Guida

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Turchia chiama Italia


Chi si occupa di Turchia si é sicuramente imbattuto più volte nelle analisi e nei commenti di Michelangelo Guida, grande esperto e conoscitore del Paese. Nelle ultime settimane hanno riscosso particolare interesse quelle sull’emergenza Coronavirus in Italia, pubblicate  sia nella versione turca che inglese dall’Agenzia di Stampa   Anadolu Ajansı ( https://www.aa.com.tr/tr/analiz/italya-da-koronavirus-travmasi/1767496 ; https://www.aa.com.tr/tr/analiz/salginla-felc-olan-italya-normallesmeyi-umuyor/1790933) e volte ad informare su un fenomeno che più di recente ha sfortunatemente iniziato a riguardare da vicino anche la Turchia.

Oggi professore  e capo del dipartimento di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, oltre che preside della facoltá di Scenze amministrative, presso l’Universita’ 29 Mayıs di Istanbul, Michelangelo é da parecchi anni in Turchia. Ha percorso molta strada, facendosi in un certo senso condurre dal destino. ‘Non è bello riconoscerlo, ma tutto è iniziato per sbaglio. Quando iniziai a studiare Scienze Politiche all’Istituto Universitario Orientale di Napoli dovevo studiare due lingue, una per quattro anni ed una per due. La mia prima scelta fu Arabo e, come seconda lingua, scelsi l’Inglese. Commisi, però, un errore burocratico e fui chiamato dalla commissione universitaria che mi chiese di rivedere il mio piano di studi. Il professore di storia del Medio Oriente, che poi mi seguì fino al dottorato, Pier Giovanni Donini, mi disse di togliere dal mio programma l’Inglese—che già conoscevo—e mi chiese di scegliere su due piedi tra Persiano, Urdu e Turco. Io scelsi la lingua che mi sembrava più innocua, ovvero il turco. Studiai per due anni il turco a Napoli e, nel 1997, vinsi una borsa di studio offerta dalla Turchia per il corso TÖMER dell’Università di Ankara, ma nel centro di Istanbul. Anche questa volta volevo andare in un paese arabo, ma non ottenni nessuna borsa. Il 1997 e il 1998, quando tornai per la seconda volta ad Istanbul per completare il TÖMER, erano anni importanti per la politica turca e molto interessanti come argomento per la mia tesi di laurea’. Così esordisce il Prof. Guida, sottolineando come rimase affascinato dalla politica turca al punto di decidere di focalizzare la propria ricerca su questo. Un motivo utile per tornare e soggiornare nel Paese per periodi prolungati, a cui presto si aggiunse una ragione ancora più forte: l’amore per la donna che sarebbe diventata sua moglie. ‘Quando facevo ricerca per il mio dottorato, ho conosciuto, in modo poco romantico, mia moglie in biblioteca. Per vincere le diffidenze della sua famiglia decisi di cercare lavoro in Turchia e, poi, recarmi altrove. Fui molto fortunato a trovare subito una posizione d’insegnamento all’università nel 2005. Per alcuni anni ho cercato lavoro anche altrove, ma presto ho capito che, anche se la Turchia non è un paese facile, questo paese mi offriva ottime opportunità e uno standard di vita difficilmente raggiungibile in Italia o anche in Inghilterra, dove ho studiato per il mio master. Turchia foriera di opportunità e, dunque, trampolino di lancio per una brillante carriera universitaria: nel 2011 Michelangelo supera l’esame in lingua turca per abilitarsi al ruolo di doçent e poco dopo, nel 2013, gli viene offerta la possibilità di fondare, insieme a dei brillanti colleghi turchi, un dipartimento di scienze politiche che riunisse lo studio di materie politologiche a quello di specifiche regioni geografiche. Soddisfazioni professionali e successi personali che nel tempo hanno visto crescere la famiglia Guida, facendo di Istanbul la propria casa. ‘Nel 2007, nel 2009 e nel  2015 sono nati i miei figli che, fino ad ora, hanno frequentato le scuole pubbliche turche. Io con loro parlo in italiano e loro si definiscono sia turchi sia italiani. Questo gli ha dato un’identità un po’ globale, e penso proprio che il centro geografico delle nostre vite sarà Istanbul’, spiega il Professore con quella innata simpatia tipicamente napoletana, ma con altrettanta spontaneità alla turca per cui il paragone con il celebre film del mito della commedia italiana, Totò, sembra quasi scontato. ‘Ahimè l’appellativo “turco napoletano” mi perseguita e nessuno si dimentica questo film del 1953. E devo dire che non mi piace affatto, ma forse rappresenta bene la realtà. Dal 2011 sono anche cittadino turco, ho trascorso un terzo della mia vita qui in Turchia e, dunque, ho assunto un po’ di entrambe le culture. Tuttavia, sono sicuramente italiano nella scelta della cucina, cosa che ho imposto a tutta la mia famiglia. Tra yoğurt e mozzarella, scelgo sicuramente la mozzarella’, chiosa con fare ironico per poi proseguire nei racconti. ‘Qualche estate fa, durante le vacanze estive in Italia, sono andato con mia madre al bar. Io ho ordinato un cappuccino. Al che mia madre sgomenta, disse: “ma gli italiani non bevono il cappuccino al pomeriggio!”. Ecco, mi sono sentito, per l’ennesima volta, un pesce fuor d’acqua: non sono proprio italiano, ma non sono neanche completamente turco. I miei figli, poi, in modo molto impertinente, correggono la mia pronuncia turca, che non è per niente male, ma alle volte ho difficoltà con le ü e ö. La cosa mi turba non poco’. Tra il serio e il faceto le parole sgorgano spontanee e le sfumature sono molto chiare per chi, come lui, vive nel mezzo: pur appartenendo a due Paesi, ci si può sentire straniero e disorientato in entrambi i casi, a seconda delle situazioni. Allo stesso tempo, comunque, si ha il privilegio di poter vantare una certa ampiezza, di vedute, di esperienze, di incontri, e di lezioni di vita. Certo questa condizione di yabancı non è sempre facile finché non si mettono radici. ‘Per molti anni alle volte mi svegliavo la mattina e mi assaliva la domanda: ‘dove sono, che ci faccio qui?’. Dopo la nascita dei miei figli, posso dire con certezza che la Turchia è casa mia. Vorrei fare altre esperienze all’estero, ma penso che alla fine tornerei sempre qui, in Turchia. Devo dire che non è sempre stato facile: vivere lontano dalla mia famiglia, nei primi anni avevo difficoltà a farmi capire, alle volte ho vissuto degli shock culturali’, ammette Michelangelo con estrema sincerità, quasi a interpretare il disagio che ognuno di noi prova lontano dai propri cari, soprattutto quando ci si misura con una nuova dimensione. Succede, però, che, improvvisamente, un giorno, la straordinarietà diventa normalità; è come se l’universo ripagasse degli sforzi fatti nel seminare durante il percorso così, finalmente, arriva il momento in cui si possono cogliere i primi importanti frutti. Quasi inaspettatamente quel sentirsi alieno, definendosi ‘expat’, scompare, lasciando il campo a nuova consapevolezza e a un più profondo senso di appartenenza. ‘Quando il rettore della mia università mi chiamò, due anni fa, per comunicarmi la sua decisione di nominarmi preside, pensai che forse ero ad una svolta. Io non volevo la carica, perché sapevo che mi avrebbe allontanato dai miei studi, ma dimostrò sicuramente che lui credesse in me e nella mia capacità di amministrare una piccola comunità di accademici prevalentemente turchi in Turchia. Questo fu veramente importante per sentirmi parte di questa società’, ci confida. La Turchia si conferma un paese riconoscente così come Michelangelo non nasconde la propria gratitudine verso di lei. Qua durante la sua carriera universitaria ha ricevuto diversi riconoscimenti. ‘Ogni passaggio è stato sempre molto gratificante. L’Italia, devo dire con amarezza, è stata un po’ meno generosa. Bisogna riconoscere, però, all’università italiana il fatto che ha contribuito molto alla mia formazione e ha finanziato generosamente il mio master a Londra e il mio dottorato a Napoli. Ho fatto anche per qualche mese l’assistente, ma i tempi dell’università italiana sono sempre molto più lunghi ed estenuanti’. Parole amare che non fanno che confermare l’acre verità che tutti i ricercatori e accademici italiani conoscono bene. Per chi vuole mettersi in gioco e misurarsi professionalmente, spesso partire verso nuovi orizzonti è una scelta obbligata. ‘Io ho sempre prediletto l’inglese per il mio lavoro scientifico perché mi dà la possibilità di confrontarmi con molte più persone. In inglese ho lavorato sul pensiero politico usando spesso una chiave sociologica. Per fare questo, c’è bisogno di conoscere autori e il loro contesto, cosa che non tutti sono capaci di fare. Negli ultimi anni ho scritto anche degli articoli in turco per studenti turchi. È stato un lavoro particolarmente impegnativo, ma presentare il pensiero politico turco ai turchi in turco mi ha gratificato particolarmente. Sembra anche che sia stato apprezzato dai miei colleghi’. Senza dubbio una stima sincera e concreta quella di cui gode il Prof. Guida, che più di ogni altro coglie dal profondo le peculiarità di questo multisfaccettato Paese, agevolato probabilmente anche dalla sua personale e genuina conoscenza dell’Islam. ‘Il mio ritorno all’Islam non è collegato alla Turchia’ sottolinea, spiegando che l’interesse per questa religione ha radici più lontane. ‘Quando ero al liceo ero appassionato di lingue e di alfabeti stranieri. Uno degli studenti stranieri di mio padre si offrì di insegnarmi a leggere e scrivere l’arabo. Iniziò così una bella amicizia. Questo ragazzo oltre all’arabo mi insegnò anche le basi dell’Islam e, pochi mesi dopo, mi invitò a visitare il suo paese, la Giordania. Lì decisi di diventare musulmano. Avevo 16 anni’.

Certi che Michelangelo Guida sia una voce più che autorevole anche riguardo i rapporti bilaterali tra Italia e Turchia, non possiamo che condividere alcune delle sue considerazioni e suggerimenti. ‘Il ridimensionamento dell’Istituto di Cultura italiana di Istanbul è stata una grave perdita, per esempio. La cucina italiana, poi, andrebbe maggiormente promossa non solo come un bene di lusso, ma come un esempio di alta qualità. Allo stesso tempo, fatte le debite eccezioni, nelle università turche si studia molto poco la cultura, storia o politica italiana. Anche questo è un danno, visto che i due paesi sono fortemente legati l’uno all’altro’, afferma con forza il Professore aggiungendo: ‘anche la Turchia fa fatica a promuovere la sua cultura in Italia. L’Istituto Yunus Emre ha iniziato a promuovere la lingua, ma è nelle università che bisogna incentivare e migliorare la qualità dell’insegnamento della lingua turca. La Turchia, poi, deve anche farsi capire meglio attraverso i media con una strategia più coerente. Le notizie negative vengono subito trasmesse, ma le notizie positive fanno fatica a raggiungere le televisioni e la carta stampata’ ammonisce con una certa amarezza, ricordando che, tuttavia, ‘gli eventi sportivi, le minoranze nel paese, le meraviglie culinarie e ambientali offrono continuamente spunti per notizie positive e vanno promosse’. Oltre che un monito questo vuole sicuramente essere un invito ad informarsi maggiormente e a viaggiare in Turchia, ovviamente qualora l’emergenza covid-19 rientri. Per ora, invece, state a casa e fidatevi.

A cura di Valeria Giannotta



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